venerdì 2 luglio 2010

Lutto Paesano: il Presidente Onorario del gruppo Alpini, Graziotto Cav. Giacinto (“Minuti”) é andato avanti - 1 Luglio 2010


Una parte di storia di Morsano di Strada se ne va oggi con la scomparsa del Cav. Giacinto Graziotto detto “Minuti” (classe 1923), presidente onorario nonché socio fondatore del Gruppo Alpini del paese.

Il Cav. Minuti era un reduce della II Guerra Mondiale. Le sue vicessitudini durante la guerra sono state raccontate dal libro "Un paese ed i suoi Alpini" che qui riproponiamo.

Figura mitica dell'alpinitá paesana, Minuti visse anche la sfortunata coincidenza di trovarsi a Piazzale Loreto a Milano quando lí Mussolini e la Petacci furono appesi a testa in giú. Una pagina della Grande Storia vissuta direttamente.

Alpino Giacinto Graziotto, PRESENTE!


Dal libro "Un paese ed i suoi Alpini"...

L’Alpino Cavalier Graziotto è il presidente onorario del Gruppo ANA di Morsano del quale è uno dei soci fondatori. Per molti anni ha ricoperto la carica di capogruppo ed è membro del direttivo dalla data della fondazione. La sua esperienza in tempo di guerra e la sua lunga attività in campo associativo, fanno del Cavalier “Minuti” la memoria storica degli Alpini di Morsano ed il “nono” di tutte le Penne Nere paesane. Ecco il racconto delle sue vicende in grigioverde:

Sono nato il 21 luglio 1923 a Basiliano ma risiedo a Morsano da sempre: arrivai qui che avevo pochi mesi di vita. Sono stato chiamato alle armi l’8 gennaio 1943, ed assegnato al IX reggimento Alpini, 2° gruppo “Valle”, battaglione “Val Leogra”. Ho svolto il CAR a Caporetto dove c’era anche un’altra compagnia del btg. “Vicenza”. Il 5 aprile seguente, partii per il fronte; a Morsano tornerò solo due anni dopo, il 24 maggio 1945. Io ero fuciliere ed assieme al resto del reparto fui caricato su un treno diretto in Grecia. Non ci fu nessun preavviso e nessuno poté avvisare i familiari della partenza…se avessi potuto sarei saltato giù dal treno e scappato a casa!

La giovane recluta Alpina Graziotto.
Il treno attraversò tutta la Jugoslavia, via Zagabria, ed attorno al 19 aprile arrivò ad Atene. Appena arrivati ci sottoposero a disinfestazione, vestiario incluso, e ci fecero finalmente fare un bagno dopo 15 giorni di viaggio! Noi tutto sommato fummo fortunati perché i vagoni erano di terza classe con toilette, sapevamo che altri reparti viaggiavano in carrozze “miste”: “cavalli 8 e uomini 40”…quelli sì che capitavano male davvero! Dopo il bagno ad Atene ripartimmo per Patrasso: impiegammo un giorno per arrivarci, il nostro treno, sebbene con due motrici, viaggiava a passo d’uomo. A Patrasso il reparto rimase 4/5 giorni in una caserma che dava sulla costa del canale di Corinto. Per arrivare a Patrasso dovemmo prendere il traghetto; ricordo che quando ci trovammo a metà del canale, suonarono le sirene antiaeree. Subito ci fu dato l’ordine di indossare i giubbotti di salvataggio e di toglierci le scarpe, questo per prepararci a salire sulle scialuppe di salvataggio nell’eventualità che il traghetto fosse stato colpito. Ricordo che la tensione era alta e in barca c’era sia chi pregava sia chi bestemmiava! Quindi l’aereo arrivò: era un idrovolante che ci sorvolò e se ne sparì all’orizzonte. Due M.A.S. che perlustravano la zona ci diedero il “cessato allarme” e la paura finì.
Era circa il 21 aprile, appena arrivati assistemmo ad un cambio della guardia di alcuni reparti italiani del posto, poi andammo dal “pope” locale, che gestiva 25 parrocchie, a chiedere il permesso di visitare la chiesa ortodossa. Il pope acconsentì ed in più i locali ci offrirono da mangiare e bere a non finire. La località, se non sbaglio, si chiamava Catumace ed era un luogo di smistamento Truppe Alpine: i reparti arrivavano e rimanevano lì alcuni giorni in attesa di destinazione. Il posto era presidiato dalla Guardia Territoriale formata da “anziani” delle classi 1910, 1911 etc.. In pratica eravamo in vacanza per due e tre giorni anche se non potevamo uscire liberamente. Infatti, non ci fecero uscire neppure a pasqua il 20 aprile. A pasquetta riuscimmo ad uscire dalla caserma ed ad andare a vedere il cambio della guardia in città. Nei giorni seguenti partimmo in traghetto e quindi in camion verso un paese che si chiama Missolungi. Eravamo 250 Alpini, c’erano anche dei complementi venuti a formare le quattro compagnie del mio battaglione, alcuni facevano parte del “Val Pescara”. Da Missolungi, i camion ci portarono in una cittadina greca chiamata Arta dove rimanemmo circa un mese e mezzo per addestramento. Fummo quindi destinati alla zona dove il resto del “Val Leogra” era già distaccato da tempo: le montagne attorno ad Arta. Per fortuna le strade erano in buone condizioni ed il viaggio finì senza problemi. Le esercitazioni le facevamo vicino ad un lago, il lago della Giannina, dove, dopo pochi giorni, io mi presi un’insolazione e dovetti essere ricoverato per dodici giorni all’ospedale di Arta. Ricordo che lì c’era Bruno “Menos”, quello che sarà poi il capogruppo ANA di Gonars, che mi concedeva il riposo medico obbligandomi però a far bollire i vestiti di tutta la squadra per disinfestarli dalle pulci che ci stavano “mangiando vivi”.
Al campo, alle volte scavalcavamo il recinto ed andavamo in giro nei bar dei paesi vicini. Una volta, non so il nome del paese, perché facendo rastrellamenti ci si spostava spessissimo, ricordo che in un’osteria finimmo tutto il vino e quando l’oste ci chiese di pagare, qualcuno rispose: “paga Mussolini” e molti se ne andarono senza pagare…će la guerre!
Sia ad Arta che a Giannina, l’alloggio era una tenda e la situazione non cambiò fino all’8 settembre 1943. Le uniche azioni di combattimento in cui io fui impegnato si ebbero il 23 e 24 luglio contro gruppi di partigiani greci. Il nostro servizio consisteva nel fare rastrellamenti, il 23 luglio un battaglione aveva circondato un nucleo di partigiani ed aveva finito le munizioni. Noi arrivammo in supporto trasportando munizionamento chiesto ai tedeschi che erano presenti nella zona con la 147ª e la 154ª compagnia della 1ª divisione Alpina tedesca e due sezioni di artiglieria (fu a loro che consegnammo le armi il 9 settembre).
Con i tedeschi i rapporti erano buoni, il colonnello Manfredini, se ricordo bene comandante del Gruppo Alpini VALLE, era amico del generale tedesco comandante la 1ª divisione Alpina. Il battaglione era alle dipendenze del capitano Adami mentre la mia compagnia, la 260ª la comandava il capitano Pile. Con me c’erano altri due compaesani: Aurelio Specogna e Franco Cecconi, in più, nella 261ª c’era Ezio Savorgnan.

Alpini Morsanesi prima della partenza per il Fronte: in piedi da sinistra a destra, Duilio Di Tommaso, Ezio Savorgnani, Aurelio Specogna. Seduti da sinistra: Franco Cecconi e Giacinto Graziotto Il 25 luglio arrivò la notizia della mozione Grandi nel Gran Consiglio Fascista; quella sera il clima, tra gli ufficiali specialmente, fu particolarmente pesante ed il comandante dispose che nessuno uscisse dalla caserma. Noi ritornammo da un rastrellamento e passammo la notte a risolvere un problema che tutto sommato ci toccava più da vicino: i pidocchi nelle tende! Quella sera raccogliemmo tutta la paglia delle tende e facemmo un grande falò al centro dell’accampamento.
La nostra divisa era grigioverde ed avevamo anche una divisa da fatica di tela generalmente logora e rotta in più punti tanto che molti ci appellavano “zingari”…una volta abbiamo anche fatto una rissa per questo motivo. Successe così, eravamo arrivati in un deposito della Marina Militare per prelevare delle munizioni e sentimmo dei marinai gridare “ecco arrivano gli zingari” indicando noi. Noi eravamo in sei e ci buttammo subito addosso a loro…pugni, calci, spintoni…dovettero intervenire i Carabinieri e la Milizia per dividerci!
Tuttavia, a parte questi episodi la vita procedette in modo abbastanza regolare così come continuarono i rastrellamenti. Attorno al 24 agosto si celebrava la festa del battaglione che venne rimandata alla prima domenica di settembre a causa del maltempo. Per l’occasione erano previste gare di corsa, di salto e perfino una cuccagna. Purtroppo, per l’occasione, io ero senza scarpe perché le avevo completamente consumate a forza di marciare. Ricordo che durante il discorso il generale, che era un ufficiale della fanteria, disse: “voi Alpini non sapete combattere”…allora il nostro colonnello diventò nero di rabbia ed ordinò agli ufficiali il dietro-front ed andarono tutti a sedersi dietro il battaglione, mentre il generale continuava il discorso dicendo che era fondamentale “andare nei canaloni”…quando anche un bambino sa, che in montagna, quello è il posto più esposto alle mitragliatrici nemiche! Il generale veniva da Atene dove credo ci fossero 16.000 soldati del nostro Corpo d’Armata. A proposito di canaloni, il capitano Adami ci raccontò che durante un rastrellamento quando comandava la 260ª compagnia, si trovò con tutto il battaglione, allora comandato dal maggiore M…, in una gola in montagna circondata dai nemici. Il maggiore diede ordine di uccidere i muli e di portare a spalla il materiale per essere più snelli nel tentativo di rottura dell’accerchiamento. Il capitano Adami, per tutta risposta ordinò ai suoi uomini di non uccidere i muli… “io comando la compagnia se vado fuori io va fuori anche il mulo!” Chiamò gli altri ufficiali e i comandanti di plotone e decisero di togliere il comando a M… . Riuscirono poi a rompere l’accerchiamento e a salvare i muli!
Un altro episodio che ricordo è quando andammo a fare da scorta ad un generale. Eravamo disposti su due colonne, noi e un’altra compagnia più c’erano soldati della Milizia Territoriale che andavano a fare la spesa ad Arta. Con la Milizia c’era un Alpino che stava per essere rimpatriato, perché la sua famiglia in Italia era stata sterminata da un bombardamento inglese. Seppi poi che, due giorni dopo, fu ritrovato morto torturato dai partigiani. Il generale aveva disposto che una colonna andasse avanti e che l’altra seguisse a venti minuti di distanza. Noi dovevamo seguire. Quando arrivammo al passo trovammo l’intera colonna di testa sterminata: in un’imboscata li avevano ammazzati tutti. A noi toccò ricomporre le salme: fortunato era chi aveva solo cinque proiettili in corpo! C’erano cadaveri ovunque, sui camion, sui bidoni della nafta, per terra; due ufficiali erano andati, invano, a rifugiarsi dentro due tubi: per tirarli fuori dovemmo rompere i tubi. Chissà, se fossimo stati uniti, forse non avrebbero attaccato due colonne: noi avevamo mortai e armi pesanti sui camion.
In queste occasioni non portavamo i muli, tutto su camion, come quando andavamo, assieme al Genio, a riparare le linee telefoniche sabotate; spesso capitava che si dovessero fare 40/50 km per sostituire dei pali o del cavo. I muli invece li usavamo quando uscivamo in rastrellamento per 15/20 giorni tra le montagne. Tutto questo andò avanti fino all’armistizio dell’8 settembre o meglio fino al giorno 9, quando il capitano Adami fu ferito ad una mano e noi fummo costretti a consegnare le armi ai tedeschi. Avevo anche molte foto dell’epoca ma i tedeschi me le sequestrarono tutte!
Quel giorno la mia compagnia era di scorta, siccome mancava un plotone, che nella mattinata era stato assegnato come supporto ad una colonna tedesca, ci assegnarono un altro plotone di un’altra compagnia. Il plotone mancante fu subito fatto prigioniero, la nostra compagnia, invece, venne circondata da 20.000 tedeschi il giorno 9. Ogni due metri c’era una mitragliatrice e ogni 4 un mortaio…che potevamo fare? Neppure provarci! Il colonnello ci disse che se i tedeschi non ci provocavano non valeva la pena causare perdite. Tra l’altro il colonnello, tramite un capitano tedesco, aveva ricevuto disposizioni dal generale della 1ª divisione Alpina tedesca di consegnare le armi già il giorno 8. Ricordo che il capitano tedesco disse ad un alto ufficiale del Gruppo [omettiamo il nome] “se io fossi un soldato del suo esercito le avrei già sparato perché quello che lei ha fatto è inammissibile per un ufficiale”. Il capitano si riferiva a quello di cui già da tempo si vociferava in battaglione e che cioè il [omettiamo grado e nome] vendeva armi ai partigiani e si dedicava a traffici molto loschi.
In ogni modo consegnammo le armi ai tedeschi i quali lasciarono la pistola ai nostri ufficiali, e fummo inviati in prigionia in Germania. Qualcuno consegnava il fucile con il colpo in canna…così s’ammazza qualche tedesco, diceva! Arrivammo a piedi fino a Coriza e da lì in treno fino in Germania. Addirittura, qualcuno scappò sulle montagne con i partigiani ma ritornò dopo qualche giorno…non era vita per noi. Comunque, un morsanese, Guerrino Todaro, classe 1919, non so di che reparto Alpino fosse, so che rimase in Grecia (anche dopo la guerra) rifugiandosi a casa di una ragazza greca che poi sposò. Dunque, noi passammo per la Bulgaria, la Romania e l’Austria e ad ogni nazione si cambiò scorta. Intorno al 13 ottobre, si arrivò al campo di smistamento dove poi seppi c’era anche stato il morsanese Genovese Angelo Francesco che era artigliere campale. A quel punto avevo alle spalle otto mesi di guerra e mi ritrovai in un campo di prigionia vicino Stoccarda dove c’erano soldati di ogni nazionalità. I rapporti con gli altri prigionieri erano buoni, in particolare si andava d’accordo con i Francesi che…ci insegnavano a rubare. Mi ricordo che c’era un francese che aveva sposato una friulana il quale, quando pelavamo le patate, ci aveva insegnato come nasconderne alcune sotto le mutande per poi mangiarle la sera…si mangiava poco, la fame era tanta e tutto aiutava. Con i prigionieri di altre nazionalità c’era stato sconsigliato di avere contatti. Purtroppo i tedeschi una notte ci perquisirono gli zaini e ci portarono via tutto comprese le mie foto.
Io rimasi nel campo fino al luglio del 1944 quando tornai in Italia per curarmi la bronchite polmonare e la pleurite della quale mi ammalai durante la prigionia. Ritornai in Italia tramite la Croce Rossa, principalmente perché i miei due compaesani che si erano arruolati nella divisione MONTEROSA (Franco Cecconi e Aurelio Specogna), riuscirono a farmi uscire dal campo. Io fui costretto ad aderire alla RSI al campo di prigionia dove una dottoressa profuga francese mi fece capire che i 750 ml di acqua che avevo nei polmoni nessuno me li avrebbe tolti se fossi rimasto indifferente alle richieste di arruolamento dei fascisti. Fu comunque a Milano che aderii ufficialmente…dove insomma firmai qualcosa. Anche Franco aderì per paura: suo zio era morto in campo di prigionia in Germania e lui non voleva fare la stessa fine. In pratica io stavo scappando dall’ospedale tedesco di, credo, Arterlager. I tedeschi volevano aspettare alcune settimane prima di trasferire tutti i pazienti in Italia. Io stavo malissimo ed era necessaria un’operazione urgente, per questo Aurelio, Franco e due sottufficiali italiani mi aiutarono a scappare dall’ospedale, salvandomi così la vita. I documenti me li preparò il comando italiano che aggiunse anche 50 pacchetti di sigarette come premio di arruolamento.
Ricordo che feci il viaggio in treno. Subito dopo il Brennero, in un paesino vicino Verona, suonò l’allarme aereo. Il macchinista fermò bruscamente il treno e innestò la retromarcia appena in tempo visto che il ponte sull’Adige, che stava davanti, venne distrutto dalle bombe degli aerei Alleati che ci sorvolavano. A quel punto dovemmo proseguire il viaggio a piedi. Io fui aiutato da un soldato in bicicletta e poi raccolto da due ufficiali medici dei Bersaglieri della divisione ITALIA [reparto della RSI]. Ero sfinito ed avevo 39 di febbre. Cercarono di rianimarmi; arrivò un medico dell’ospedale di Brescia che nel visitarmi disse “non c’è niente da fare”, io non potevo parlare però capivo tutto! Allora vidi per la prima volta una donna del servizio ausiliario, era un’infermiera che mi fece un’iniezione di morfina. Io dentro di me volevo ritornare a casa e se proprio dovevo morire non volevo farlo lì! Il medico disse “se tra quattro ore è ancora vivo mandatelo in ospedale in ambulanza”, nel frattempo Aurelio stava con me e mi custodiva lo zaino. Ci si muoveva solo in camion, perché le linee ferroviarie subivano continue incursioni aeree.
In ospedale a Milano mi curarono. Non ero ancora completamente guarito che mi fecero idoneo al servizio, i tedeschi invece mi avevano ritenuto inabile al servizio ed al lavoro. Avrei dovuto fare due mesi di convalescenza, in realtà feci pochi giorni e poi gli Italiani mi dissero: “o aderisci alla Repubblica Sociale o ti rimandiamo in campo di prigionia in Germania”. Un giorno venne a trovarmi un capitano degli Alpini che aveva saputo che ero stato nel “Val Leogra” e mi disse che se avessi aderito formalmente alla R.S.I., non mi avrebbero fatto combattere ma solo lavorare: allora firmai l’adesione. Fui assegnato alla 3ª compagnia Btg. “Brescia” e così seguii i miei amici Aurelio e Franco nella MONTEROSA. Loro in ogni caso avevano fatto l’addestramento in Germania, io non feci nessun addestramento e fui semplicemente arruolato.
Mentre ero in ospedale seppi che Mussolini era andato a visitare la MONTEROSA in Germania; inoltre, più tardi scoprii che molti degli ufficiali che avevo in Grecia avevano aderito: dopo la guerra non fecero carriera, mentre i miei comandanti di battaglione e di compagnia, che non aderirono, andarono in pensione da generali.
Con la MONTEROSA fummo dislocati in Piemonte sul confine con la Francia. In quelle zone troveranno la morte entrambi Aurelio e Franco. Aurelio aveva appena avuto tre giorni di licenza per andare a trovare sua madre ed era su un camion e stava percorrendo una strada di montagna bombardata: il camion sbandò a causa del ghiaccio precipitando in un crepaccio. Morì alcuni giorni dopo in ospedale. All’epoca dell’incidente io ero ricoverato a tre chilometri da quella strada, eravamo in Liguria ed io mi stavo curando la congiuntivite. Franco invece morì durante un attacco partigiano ad un treno nella zona di Sestri Levante, credo solo pochi giorni dopo essere stato in ospedale a trovare Aurelio. Era mancata la corrente e due treni, uno di Camicie Nere ed uno di Alpini della MONTEROSA, dovettero attendere due giorni prima di poter partire. Il convoglio delle CCNN avrebbe dovuto partire per primo, credo i partigiani attendessero quello; invece partì prima quello carico di Alpini. I partigiani fecero brillare un ordigno sui binari mentre passava il treno in cui viaggiava anche Franco che fu tra le vittime dell’esplosione. Questi ricordi mi fanno ancora male, Aurelio e Franco erano miei grandi amici.
Per quel che riguarda invece il mio periodo attivo nella MONTEROSA, devo dire che spesi più tempo tra un ospedale e l’altro che in servizio. Fui infatti dimesso definitivamente dall’ospedale di Milano solo il 20 maggio 1945. Quando non ricoverato, ero addetto ai servizi logistici e conducevo un mulo; trasportavo munizioni e viveri, prevalentemente nella zona di Sestri Levante. Il servizio era essenzialmente rastrellamento contro le bande di partigiani. Ed io avevo mio fratello che era partigiano! Il mio tenente era un veterinario e comandava le salmerie, graduati non ce n’erano. Io ed un commilitone di Corgnolo, Pietro Petrucco, eravamo i due più anziani: lui era addetto ai foraggi ed io portavo in linea viveri e munizionamento. Nei rastrellamenti noi si andava a piedi mentre le CCNN avevano i camion. Le operazioni più importanti avvennero in Liguria dove eravamo accampati a Passo di Monte Velva dove c’è un santuario; eravamo sempre con le Camicie Nere. I rapporti con loro non erano buoni, erano giovanissimi ed arroganti. Mi capitò di trasportare munizioni anche per il Btg. “San Marco” che combatteva nella zona; fu proprio in un’azione del genere che venni ferito. Partii con la mia squadra a rifornire i marò, sulla via del ritorno una “cicogna” ci sorvolò dando la posizione all’artiglieria nemica. I colpi iniziarono ad arrivare fino a 50 metri dal nostro accampamento: un Alpino che usciva dal forno, fu colpito da una scheggia alla spina dorsale, mentre un carro di artiglieria che transitava sopra un ponte, fu colpito in pieno e i tre occupanti saltarono in aria. Noi distanziammo i muli a 100, 200 metri l’uno dall’altro in modo da ridurne le perdite al minimo se colpiti da granate. Quando arrivai vicino ad un paese, la mia mula, Rosetta, iniziò a scalciare: avevano sparato un colpo dal costone della montagna e la bestia si era spaventata a morte iniziando a correre come impazzita. Io, nel frattempo, ero rimasto accecato dallo scoppio di una granata e riuscii solo a tenermi vicino al muro spostandomi lentamente per circa 300 metri per trovare riparo. Vennero a cercarmi e mi portarono in infermeria. E qui iniziò la mia odissea negli ospedali di Quarto, di Alessandria e di Garbagnate Milanese che era anche sanatorio, di Baggio ed infine Milano. Mi ricordo che rischiai di finire in sanatorio: mi fecero la prova tubercolina, però scambiarono i risultati con il mio vicino di letto…lui risultava negativo ed io positivo! Per fortuna che il maggiore medico si accorse che io non ero tubercoloso altrimenti chissà!
In ospedale ero libero di muovermi ed alcuni di noi avevano anche il permesso di uscire. Il 25 aprile arrivò la notizia che Mussolini era stato ucciso ed il 27 io uscii per le strade di Milano. Vedevo molta gente in giro e tutti che correvano verso piazzale Loreto. Io ed alcuni commilitoni arrivammo nel piazzale e vedemmo Mussolini, la Petacci e altri gerarchi fascisti appesi a testa in giù. Noi eravamo in divisa, avevamo tolto ogni distintivo, nessuno ti diceva nulla, bastava non avere armi. Di quei giorni ricordo che c’erano partigiani ovunque. Per conto nostro aiutavamo nelle pulizie in ospedale e per questo avevamo in premio di poter uscire. Di piazzale Loreto sapemmo ascoltando la radio. Nei giorni seguenti mi chiamarono per farmi qualche domanda su cosa avevo fatto e dove ero stato impiegato durante il servizio nella MONTEROSA. Accertato che non c’entravo niente con le atrocità che erano avvenute durante la guerra civile mi lasciarono andare.
Una cosa che devo aggiungere a proposito degli ospedali è che c’era differenza tra gli ospedali tedeschi e italiani. I tedeschi nei loro ospedali avevano più mezzi: se un paziente aveva bisogno di carne gliela trovavano, a noi italiani, invece, i nostri ospedali non davano molto. Ad Alessandria, ad esempio, mi era stato prescritto zucchero ed uovo sbattuto ogni giorno, in sette giorni non vidi né l’uno né l’altro! Feci presente la cosa alla suora che mi disse “chi ti ha detto di curiosare nella cartella clinica?” io risposi che dopo tanti mesi di guerra potevo guardare la mia cartella quanto volevo! Allora lei ritornò con sette uova e mezzo chilo di zucchero! Negli ospedali tedeschi ciò che ti spettava ti era dato ugualmente fossi stato ufficiale o soldato!
Io ritornai a Morsano il 24 maggio 1945 per due mesi di convalescenza finita la quale andai all’ospedale militare di Udine dove mi congedarono definitivamente. L’esperienza della guerra è stata molto dolorosa, come per tutti d’altronde, io tutto sommato sono stato fortunato perché sono riuscito a ritornare a casa e il mio pensiero non può non andare ai tanti commilitoni persi durante le vicissitudini belliche ed in particolare agli amici Aurelio e Franco, miei compagni morsanesi che invece non ce l’hanno fatta.

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